venerdì 5 giugno 2015

Il Dopoguerra e la Ricerca del lavoro



Memorie dal  «Quaderno» (2)
di Giovanni Pulini – Introduzione di Agide Vandini


1945 - Agro filese. Desolazione, ordigni bellici e campagne incolte è quanto la guerra ha lasciato dietro di sé.

E’ una foto assai emblematica quella con cui ho scelto di introdurre il tema; la scelsi già come copertina per la mostra fotografica del 1996 di cui fui coordinatore[1]
Ci racconta, col realismo e la durezza che possono avere solo certe immagini, da dove dovettero ripartire i nostri padri all’indomani della Liberazione.
Cessato il crepitare delle armi, a Filo forse più che altrove, si contarono morti, rovine e distruzioni. Ed una economia che doveva ripartire dal nulla.
Si realizzava finalmente il grande sogno di Libertà, ma si annunciava una democrazia tutta da ricostruire, proprio come il nostro piccolo paese devastato.
I filesi, forti di un carattere caparbio e combattivo, cercarono di lasciarsi alle spalle gli orrori della guerra, rimboccandosi le maniche fin dai primissimi momenti. Gettarono ogni energia morale e materiale nella ricostruzione. Rifondarono Collettivi e Cooperative, liberarono i campi dalle mine, distribuirono quel poco che c’era in modo che nessuno facesse la fame ed ararono seminarono anche laddove i padroni latitavano. La vita poco a poco ripartì.
Non tutte le attese però furono soddisfatte, molti sogni svanirono.
Quanto ci racconta l’ex partigiano Giovanni, tratto dal suo Quaderno dei Ricordi ne è una fedele e preziosa testimonianza (Agide Vandini).

°°°

Le persone, quanto più avanzano gli anni, più sono smemorate.
 Spesso mi capita di non ricordare le cose banali del giorno precedente, ma non ho mai dimenticato il periodo che ho trascorso nel dopoguerra: mi sembra un vissuto di ieri e sono passati, invece, settanta anni.
 Ricordo gli amici di quel tempo legati ad innumerevoli episodi.
 Mi sembra di alleggerire il peso degli anni raccontando ciò che è sempre vivido nella mia mente.
 Alla fine della guerra, nella quale molti della mia generazione erano stati coinvolti, ci si aspettava una vita migliore, ma non fu così.
 Sono nato in un paese prettamente agricolo, Filo; gli abitanti erano per lo più braccianti, ma i terreni adatti al lavoro erano pochi poiché la maggior parte di essi erano minati o allagati quindi c’era scarsità di richiesta nel settore agricolo.
Le case, in buona parte distrutte, andavano ricostruite e si richiedevano muratori così che anch’io lavorai saltuariamente come manovale muratore.
Cercai anche di lavorare in proprio, ma, non avendo soldi da investire, non ebbi fortuna.
In quegli anni venne votata una Legge che permetteva agli ex combattenti di avere la precedenza nei concorsi di lavoro.
 A Ravenna si stava costruendo uno stabilimento petrolchimico di Stato, l’ANIC, e,  messo a conoscenza del fatto che si erano aperte le domande per un posto di lavoro, feci richiesta di un posto come autista. Dopo un breve periodo venni convocato per un test psicotecnico, e, superandolo, mi si disse di portare il libretto di lavoro, cosa che feci l’indomani stesso. Nell’occasione mi fu detto che entro pochi giorni sarei stato chiamato per iniziare il lavoro di autista. Cominciarono giorni di attesa ed invece della convocazione mi arrivò una busta con all’interno il mio libretto di lavoro accompagnato da una lettera nella quale mi si diceva che la mia assunzione era stata annullata per un cambio di programma dello Stabilimento.
Anni dopo seppi, da un ex funzionario dell’ANIC addetto alle assunzioni proprio di quel periodo, che la vera ragione della mia esclusione la si poteva trovare proprio nel mio libretto di lavoro dove, insieme alle generalità,  era messa in evidenza la mia  attività di ex partigiano combattente, quindi per l’Azienda potevo essere un probabile “seminatore di zizzania”! Uno stabilimento di Stato mi aveva chiuso le porte in faccia, nonostante la Legge me le avesse spalancate!.
 Agli inizi degli anni Cinquanta ero già sposato, avevo una figlia e, nonostante avessi bisogno di aiuto e lavoro, non mi rivolsi mai alle Associazioni degli ex combattenti, forse per orgoglio. Saltuariamente lavoravo nella grande “Cooperativa Terra e Lavoro” di Filo, insoddisfatto per la precarietà del lavoro e la mancanza di garanzie per il futuro.
Mia moglie ed io decidemmo di emigrare a Bologna: a quei tempi le distanze brevi diventavano grandi distanze. Ci stabilimmo in un condominio abitato da venti famiglie e per noi, che venivamo da un paese dove raramente nella stessa casa abitavano due famiglie, l’impatto psicologico fu forte.
A mio parere, Bologna era una città non abituata all’immigrazione,  la città non necessitava di lavoratori generici, ma di lavoratori specializzati: io ero un generico e non trovavo un’occupazione. Anche la Legge non mi aiutava molto in tal senso in quanto per avere diritto al lavoro bisognava essere residenti e per essere residenti era necessario dimostrare di avere un lavoro. Sapevo fare l’autista. 
Seppi che il “mercato” degli autisti si svolgeva nella vecchia Sala Borsa della città; lì un gran numero di autisti si radunavano in cerca di qualche ora d’ingaggio, ma poiché l’offerta superava la richiesta va da sé che la paga era al ribasso e “in nero”.
Mi fu suggerito di mettere un annuncio sul giornale locale come “autista patentato di lunga esperienza, tuttofare”. La risposta venne da un signore proprietario di un magazzino di carta. Fra le tante cose che mi elencò, nei miei compiti rientrava anche quello di accudire due cani barboncini facenti parte del nucleo familiare: avevo già capito che non era un posto di lavoro adatto al mio temperamento, inoltre, secondo il mio parere, il Commendatore, come voleva essere chiamato, non necessitava di un dipendente, ma di una persona da sottomettere a suo piacimento.
 Avevo rischiato la vita per difendere la dignità della persona e la libertà come uomo, difficilmente avrei sopportato la sottomissione!
 Quando il Commendatore aveva bisogno del mio operato, a voce alta, nei corridoi, chiedeva al  magazziniere, che chiamava Maresciallo, dove fosse “l’uomo”: un giorno, gli ricordai che il mio nome era Giovanni, ma il Commendatore continuò a chiamarmi “l’uomo”!
Una sera, poco prima della chiusura del magazzino, mi convocò,  mi disse di prendere l’automobile, recarmi dalla moglie e mettermi a disposizione della stessa: ciò non rientrava nei patti di lavoro, tanto meno fuori orario; la paga era settimanale  e nella busta trovai una cifra, oltre lo stipendio pattuito, che potrei definire solo una mancia. Commentai il fatto col magazziniere e mi spiegò che lo stesso trattamento era stato riservato ai miei predecessori: se mi fossi lagnato, come loro sarei stato licenziato!
 Avevo un gran bisogno di lavorare, ma non avrei mai potuto vivere a lungo una situazione di tale sottomissione. Il lavoro continuò per qualche mese, venivo ancora chiamato “l’uomo”, continuavo a fare orario extra.
 Finalmente un giorno, un bel giorno, trovai un’altra occupazione. Al commendatore dissi che mi licenziavo senza preavviso, ben sapendo che avrei dovuto rinunciare all’indennità di licenziamento; uscii dall’ufficio, e dal magazzino, soddisfatto nell’animo, mentre il Commendatore urlava come una bestia per l’affronto: non gli avevo permesso di decidere la sorte de “l’uomo”!
Giovanni Pulini, Maggio 2015


[1] Festa Unità Luglio 1996. «Filo 1945-1960: Gli anni della ricostruzione» (Coordinamento e testi guida: Agide Vandini, Servizio fotografico: Giovanni Montanari, Documentazione fotografica: Giovanni Principale, Carla Vandini, Foletti Bruno)

martedì 26 maggio 2015

La guerra di Sintùla



Caduto a vent’anni in combattimento, alle pendici del Monte San Michele
di Agide Vandini




Lo zio Sintùla, ovvero Sante Toschi, fratello maggiore di mia madre Elvira, lasciò i suoi vent’anni nei primi mesi della Grande Guerra, al Bosco Cappuccio nei pressi del San Michele, proprio là dove combatté in quegli stessi giorni il celebre Ungaretti[1], fra reticolati e trincee alle pendici di un «monte» tanto remoto e lontano dalla Bassa Romagna, la terra ove era nato e che aveva accolto la sua breve gioventù.
Alto appena 275 metri, ma considerato strategico per l’attacco a Gorizia, il Monte San Michele evoca ancora oggi una serie di battaglie sanguinose e crudeli, un’altura ove si fronteggiarono forze agguerritissime e che vide morire, prima e dopo quel 31 ottobre 1915, migliaia di ragazzi come il giovane Sante.
Lui era il primogenito di Angela Berti (la dolce e premurosa nonna Angiùla) e Pasquale Toschi (Nunì Capitèni), nato il 12 gennaio del 1895 quando la sua famiglia abitava ancora a Conselice. Lì il nonno, faceva con sapienza e dedizione il contadino e l’arždór nella possessione dell’Ospedale, come già il trisnonno venuto da Campanile, terra degli avi e borgata a pochi passi da Conselice, sia pure amministrativamente sotto la Brušê, ovvero Santa Maria di Fabriago.
Pochi mesi prima della sua nascita, Pascvalèñ aveva sposato l’Angiùla, dolce ventenne di Barizèt (Belricetto), nella Chiesa di San Bernardino (23.2.1894), una cerimonia poi ripetuta in Comune (1.3.1894) come allora era necessario fare. In chiesa ed all’anagrafe i due freschi sposi vollero dare al primo della loro cospicua nidiata di figli il nome di Sante, appartenuto al padre di Angiùla, un uomo scomparso assai giovane nel ’77 quando lei aveva appena tre anni. In famiglia tuttavia l’appellativo del ragazzo divenne l’affettuoso diminutivo dialettale: Sintùla. Quel nome fu del resto ripreso più volte, nella discendenza dei Toschi (I Capitèni), come in quella dei Berti (I Caróz) con alterna fortuna. A Filo dove vennero a stabilirsi alcuni rami di queste famiglie, fra i tanti «Sante» ne abbiamo conosciuti due: Sante Toschi detto Baréra e Sante Berti detto Sintòñ, entrambi personaggi pittoreschi di cui ho avuto il piacere di narrare alcuni gustosi aneddoti pochi anni fa, nei libri dedicati ai racconti e personaggi di casa nostra.
Aveva circa quattro anni Sintùla, quando (1899) coi miei nonni e col fratellino minore Antonio (Tugnéñ) si spostò da Conselice a San Patrizio, in un podere che stava in fondo alla Via Guberta, a poca distanza dallo scolo Contina Tagliata.
Un altro suo fratellino (Giuseppe Salvatore) era nato e vissuto per pochi giorni all’inizio del 1897, ma poi, in quel fondo di San Patrèzi, Sante vide nascere, un dopo l’altro, una folta scuderia di fratelli e sorelle: Patrizio (1900), Pia Norma (1901, persa l’anno dopo), Maria (1903), Pia Ida (1905), Giuseppina (1906), Benilde detta Serena (1908), Giuseppe detto Pipèñ (1911) ed infine Elvira (1913), la mia mamma, che però non fu l’ultima nata. A San Lorenzo di Lugo infatti, nella casa contadina di via Pollarola dove la famiglia si trasferì alla fine del ’13, la nonna, allora quarantenne (1914), partorì per la dodicesima volta. Alla piccola fu dato il nome di Tisa, ma sopravvisse purtroppo appena poche ore.
Sintùla, in quel 1914 che stava infiammando l’Europa, aveva diciannove anni e la sua famiglia, che includeva anche la nonna paterna Clelia, si componeva di ben dodici persone: padre, madre, nonna e nove fra fratelli e sorelle. Prima o poi, Sante sarebbe stato anche lui l’arždór di una famiglia contadina con tante buone braccia, di quelle che, a quell’epoca, lavorando un buon appezzamento di terra, sia pure a prezzo di immani fatiche e sacrifici, difficilmente facevano la fame. Di certo ne soffrivano meno di altre, anche se i nostri contadini, forse ancor più di chi faceva il bracciante a giornata, pativano nel profondo del cuore l’ingiustizia e la rabbia secolare di chi lavorava ogni giorno la terra col proprio sudore e doveva poi lasciare la maggior parte dei frutti a chi la terra non la toccava, ma la possedeva.
Anche per questo c’erano stati nella nostra Bassa i grandi e duri scioperi di inizio Novecento e, proprio in quello stesso 1914, fra l’8 ed il 12 giugno, a ridosso del primo conflitto mondiale (il 28 luglio 1914 l’Austria dichiarò guerra alla Serbia), la Romagna ebbe un fremito di ribellione, nei moti che presero il nome di «settimana rossa»[2].
Di certo non immaginava di andare in guerra il diciannovenne Sintùla, quando, pochi giorni dopo lo scoppio del conflitto (3 agosto 1914), l’Italia, fino ad allora parte della “Triplice” e dunque alleata dell’Austria, si era dichiarata neutrale. Una guerra che non volevano molti industriali italiani (quelli che avrebbero preferito vendere armi a tutti i contendenti), né gran parte del mondo politico, dai liberal-giolittiani, ai cattolici di Benedetto XV, fino alla maggioranza del Partito Socialista che, assai dibattuto al suo interno in Italia ed in Europa, si risolse nell’ambigua formula «né aderire, né sabotare».
Nel giro di pochi mesi, però, ebbero la meglio i liberal-conservatori di Salandra e Sonnino, nonché quei settori dell’industria che aspiravano ai superprofitti di guerra, magari propugnando l’intervento a fianco dell’«Intesa» in nome delle terre irredente e dell’eredità storica del Risorgimento. Fra i Socialisti si dichiararono «interventisti» i riformisti di Bissolati e ad essi si aggiunse il social-massimalista Benito Mussolini che, finanziato dal governo francese, nel novembre del ’14 passò dal campo neutralista a quello interventista-nazionalista e fu di conseguenza espulso dal PSI. A nulla valse la tardiva disponibilità dell’Austria espressa alle concessioni territoriali cui mirava l’Italia. Il 26 aprile 1915, col Patto di Londra, il nostro paese si impegnava ad entrare in guerra a fianco dell’«Intesa».
Fu per questo che a Sante Toschi detto Sintùla pervenne, come a tanti altri giovani romagnoli ed italiani della sua età, la tanto temuta cartolina. Lui fu arruolato nel 147° Fanteria, un Reggimento da poco costituito (20 aprile 1915) e inquadrato nella Brigata Caltanissetta.


Cartolina (Fronte e Retro) del 147° Rgt. Fanteria che assieme al 148° compone la Brigata Caltanissetta, con indicazione delle battaglie combattute nel corso del conflitto. La vignetta centrale raffigura i combattimenti della Seconda Battaglia dell’Isonzo.

Quando il figlio maggiore partì per la guerra, la famiglia di Nunì Capitèni stava ancora a San Lurénz, nel lughese, ma era in procinto di trasferirsi in altro sito a poca distanza da Conselice, a Portonovo di Medicina; lì la famiglia rimase dal 1 Giugno del ‘15 al 14 novembre del ‘16.
Le vicende dello zio Sante, partito per la guerra quando mia madre, sua sorellina più piccola, aveva poco più di due anni, le conosciamo grazie al diario della sua Brigata, una storia che ho ritrovato sul web, scritta in classico stile militaresco. Sono brevi note, quelle relative all’anno 1915, da cui traggo un primo brano:

Partita da varie sedi della Sicilia, la brigata il 9 giugno è a Cusignacco (26° Divisione).
Destinata nella zona Carnica, il 29 è inviata fra Caneva, Resiutta e Moggio Udinese, ma vi permane poco tempo, poiché, il 30 luglio, è trasferita fra Brazzano e Cormons ed il 2 Agosto a Romans, quale riserva del XIV° Corpo d’Armata.


Posizioni al 4 luglio 1915, alla fine della Prima battaglia dell'Isonzo. Si nota come l'Esercito italiano era stato in grado di conquistare due posizioni importanti come Bosco Lancia e Bosco Cappuccio, trampolini per la seconda battaglia dell'Isonzo che inizierà solo qualche giorno dopo la chiusura della prima. Gli italiani non riuscirono comunque a conquistare un'altra posizione favorevole come il Bosco Triangolare che rimase saldamente in mano austriaca.

L’11 agosto [la Brigata] raggiunge il Bosco Cappuccio (28° Divisione) ove schiera il 147° in prima linea e disloca a Sdraussina [oggi Peteano] il 148°, il quale, il 21, è anch’esso in prima linea.
Fino al 17 settembre la brigata sostiene nel tormentato settore una lotta continua, snervante, nella quale i suoi reparti, alternando le azioni ai lavori di zappa, riescono a guadagnare palmo a palmo l’insidioso terreno, serrando molto sotto alle posizioni avversarie dalle quali in qualche punto distano appena venti metri.
E’ un battesimo duro di fuoco che la «Caltanissetta» ha sostenuto molto bene, ricevendo ripetuti elogi dalle superiori autorità. Essa ha perduto in questo periodo di lotta, 29 ufficiali e 1358 gregari.
Il 18 settembre, sostituito in linea, è inviato nei pressi di Versa per il meritato riposo e per il necessario riordinamento[3].

Il fante Sante Toschi, col suo 147 Rgt. Fanteria, rimase perciò ininterrottamente in prima linea per una quarantina di giorni, fra l’11 agosto ed il 18 settembre, durante la cosiddetta «seconda battaglia dell’Isonzo» scatenata nei primi mesi di guerra, attraverso la quale il generale Cadorna credette di poter conquistare Lubiana in poche settimane e di lì puntare su Vienna. Borgo Cappuccio, come Bosco Lancia e Bosco Triangolare nei pressi del Monte San Michele, erano i punti in cui era dispiegata l’agguerrita prima linea austriaca. Dopo una Prima battaglia in cui si fu costretti a rientrare alle linee di partenza, nel luglio del ’15, si reiterò il tentativo di sfondamento delle difese nemiche, in particolare a Bosco Cappuccio, vera chiave di volta per la conquista del paese di San Martino del Carso. Le difese austro ungariche, su due linee protette da quadruplice fila di reticolati, con decine e decine di nidi di mitragliatrici, non cedettero[4].
Quella Seconda battaglia dell'Isonzo segnò per l’Italia, nell'estate del 1915, il massimo dello sforzo; quasi tutte le riserve furono impiegate, con un consumo enorme di munizioni e mezzi di trasporto; si esaurirono le scorte di benzina e di cibo. Si rese necessaria una sosta, per colmare le file dei reggimenti con nuovi rincalzi ed attendere l'arrivo di altra artiglieria campale, dal momento che quella utilizzata si era dimostrata largamente insufficiente a coprire il fronte degli attacchi della nostra fanteria[5].
Il 21 ottobre 1915, ebbe così inizio la furiosa Terza battaglia dell'Isonzo. Alternate le truppe italiane in linea, di fronte al Bosco Cappuccio fu schierata la Brigata Catanzaro cui si aggiunse la Caltanissetta. Nonostante l'eroismo dei fanti, furono conquistate solo modeste posizioni ed avamposti nemici, senza che la difesa fosse minimamente intaccata. La cattiva stagione e l'esaurimento delle Brigate italiane, dissanguate da mesi di inutili assalti, consigliò al nostro Comando Supremo una sospensione delle operazioni[6].

Bosco Cappuccio -- Linea delle trincee italiane da cui muove l'offensiva del novembre 1915 verso Bosco Cappuccio, in fondo.(Dalla rivista L'Illustrazione italiana, 20 febbraio 1916).

Carso, trincee  italiane costruite con sacchi di terra e sassi.
Ripercorriamo comunque i terribili giorni e i movimenti di truppe che interessarono lo zio Sintùla nel Diario di guerra della sua Brigata:

Il 26 Ottobre [la Brigata Caltanissetta] è schierata col 148° nelle posizioni del Bosco Lancia, mentre il 147° fin dal 22 combatte al Bosco Cappuccio [comandante il Col. Polver Gaetano], riportando qualche vantaggio territoriale. Ripresasi l’azione, la brigata fino al 2 novembre s’impegna in una lotta accanita nella quale i reparti gareggiano in eroismo. Le posizioni avversarie sono più volte conquistate e perdute data la tenace ed attiva reazione dei difensori, ma finiscono per cadere la maggior parte in possesso dei nostri che le rafforzano e le mantengono, catturando prigionieri, armi e materiali. Le perdite della brigata sono un indice sicuro della strenua lotta: 95 ufficiali e 3946 uomini di truppa. Il 7 novembre la Caltanissetta scende nei pressi di Versa per riposare e riordinarsi.

Le perdite del solo 147° Fanteria, fra il 22 ottobre ed il 6 novembre, nell’area di Bosco Cappuccio – Sella di San Martino del Carso – Q. 441 – Bosco Lancia furono:

Ufficiali: 15 morti, 12 feriti, 6 dispersi ; Truppa: 124 morti, 545 feriti, 730 dispersi.

Fra quelle perdite di orribili proporzioni e fra quei 124 morti e 545 feriti, va purtroppo annoverato anche lo zio Sante “morto nell’ospedaletto da campo n. 98 il 31 ottobre 1915”.
Nella casa dei Capitèni, così mi diceva mia madre, si è sempre tramandato che, alla notizia della perdita di Sintùla, la nonna, affranta dal dolore, ebbe quasi a morirne, tanto la gettò nello sconforto e nella disperazione il pensiero del figliolo caduto chissà dove,  per una guerra di cui non riusciva a darsi ragione.
Sante ebbe in un primo momento, a spese dei familiari, una bella ed ordinata tomba nel cimitero di Romans d’Isonzo.
La sua famiglia invece si spostò ancora. Da Portonovo di Medicina, poco più di un anno dopo, il 16 novembre del 1916, il nonno venne a stabilirsi nell’argentano, a pochi passi da Filo, alla Campagnona in terra di San Biagio. In quegli anni, nel cimitero sanbiagese fu eretto un elegante cippo a ricordo dei caduti di guerra. Le pareti laterali ospitarono le fotografie e i nomi, rispettivamente, dei Morti per Malattia, dei Dispersi e dei Caduti in Combattimento. Sante si trova ancora lì, presente, fra quest’ultimo gruppo.

Il cippo di san Biagio – Sante Toschi è il penultimo della colonna più a destra.


Durante il turbolento dopoguerra la nonna Angiùla andò in treno più volte fino a Romans d’Isonzo sulla tomba del figlio. Intorno al 1926, quando ormai la famiglia si era spostata a Filo, alla Casetta (dove mia madre conobbe giovanissima mio padre Guerriero), fu finalmente possibile trasferire la salma al cimitero di Filo. Qui Sintùla riposa ancora oggi, raggiunto negli anni ‘50 dagli amati genitori, morti serenamente in vecchiaia. Da loro, Sante ora non può staccarsi mai più.
Nel centenario dell’entrata in guerra dell’Italia e della morte dello zio Sante, il pensiero mio, dei nipoti e dei discendenti di Nunì e dell’Angiùla va perciò, non senza una punta di fierezza e di orgoglio, soprattutto a quel dolore, a quella vita stroncata, a quella bella gioventù straziata e perduta sul Carso, quando, fra grida, stenti e colpi di mitraglia, la morte falciò senza pietà, ai margini di un Bosco, alle pendici di un’altura come tante, chiamata Monte San Michele.

A fianco: mia nonna Angiùla (Angela Berti) in visita alla tomba del figlio Sante a Romans d’Isonzo, negli anni ’20 del ‘900 (dal mio album di famiglia).





[1] In piena guerra il poeta,  per un improvviso mutamento del paesaggio, trova uno spiraglio di evasione e di sogno. Bosco Cappuccio,  il colle che offre al poeta lo spunto ed il pendio di erba verde come il velluto, diventa una riposante poltrona. L’immagine porta il poeta lontano,  non più al Carso straziato dalla guerra, ma ad un caffè di Parigi dove  riposa alla luce di una lampada, una luce fioca  come quella della luna che imbianca Bosco Cappuccio. Il caffè più di una speranza per il futuro è un dolce ricordo del passato. (http://balbruno.altervista.org/index-1180.html). Il dipinto raffigurante Bosco Cappuccio è di Andrea Palermo da Padova.
[2] Per le notizie di Storia generale relative al primo conflitto mondiale,  si fa riferimento alla Grande Enciclopedia Agostini, vol. X, pp.146 ss.