giovedì 20 agosto 2015

Il mio ricordo di Céncio Lazzari



Memorie dal  «Quaderno» (5)
di Giovanni Pulini, presentazione di Agide Vandini

Sono trascorsi appena quattro mesi dalla scomparsa di ‘Tavio Lazzari o, meglio, di Céncio come tutto il paese lo ha sempre chiamato, soprannome che ne ricorda il nonno, Vincenzo Antonellini, martire antifascista filese. La memoria di ‘Tavio è ancora ben presente nel cuore di chi, come noi, ne ha sempre apprezzato l’umiltà e la semplicità, la disponibilità e la bontà di carattere, soprattutto è, e sarà sempre, nel cuore di tutta la sua famiglia: moglie, figlie e nipoti da cui era fortemente amato e benvoluto.
Non ha mai ostentato nulla, Céncio, non ha mai preteso riconoscimenti particolari, lui, ex partigiano in momenti difficili ed in un ambiente particolarmente ostico; anzi, era restio alle testimonianze ed alle esibizioni in pubblico. Forse per timidezza innata, o forse non voleva che lo si credesse un «eroe», lui che «eroe» non si era mai sentito, o forse infine per quell’intimo rispetto verso i tanti, umili compagni rimasti sconosciuti come lui. Gente che quella Resistenza l’ha combattuta e sostenuta in silenzio, donne e uomini che ci hanno dato il mondo libero in cui viviamo. Uomini e Donne che, poi, dopo il 25 aprile del 1945 non hanno chiesto onori o ricompense, perché l’Onore Grande, quello Vero, stava e doveva rimanere dentro al loro cuore: quella Democrazia e quella Libertà per la quale si sono sacrificati e che, ai loro figli e nipoti, agli italiani a venire, hanno lasciato in dono.
Avrebbe accettato sì quella semplice pergamena col suo nome, data a lui, in fondo, come a uno dei tanti, un riconoscimento che avrebbe voluto ricevere per conto dei tanti compagni già andati e partiti uno per volta, piano piano, quasi scivolando nell’acqua come la sua vecchia barchetta, quella che teneva nascosta alla Böca di’ Pastùr, nelle valli allagate. Aveva già prenotato il tavolo in cui avrebbe pranzato con noi, e con l’amico Giovanni che sarebbe venuto apposta da Bologna a ritirare una pergamena come la sua.
Il destino ha voluto che ‘Tavio ci lasciasse pochissimi giorni prima del 14 aprile e che quella pergamena venisse ritirata da una fiera quanto commossa, emozionatissima, nipote.
Ora Giovanni, Giovanni Pulini, il partigiano Condor, ci ha mandato un suo breve ricordo di ‘Tavio, di vera vita vissuta, scritto per il suo Quaderno. Un ricordo ed una dedica a cui tiene molto, anzi moltissimo.
Sono particolarmente felice di poterlo pubblicare nell’«Irôla» nell’affettuoso ricordo di un amico, di un uomo semplice e Vero, di una figura verso cui sento e sentiamo profonda gratitudine, tanto più in un’epoca come questa, fatta sempre più spesso di Lustrini, Apparenze e Grida Sguaiate: di quel genere di Orpelli Inutili che, a un uomo come ‘Tavio, non avrebbero mai mai fatto né caldo, né freddo (a.v.).


Ottavio Lazzari detto Céncio e la consegna della pergamena alla memoria nell’aprile 2015

°°°
Il mio è un ricordo che va dal 1930 al 1996: il ricordo di un’amicizia lunga un’intera vita.
 Filo, mio paese natale, festeggia il giorno della Liberazione e la fine del nazifascismo il 14 aprile. Quest’anno l’ANPI locale ha organizzato, per il settantesimo Anniversario, un pranzo ed una festa alla quale hanno partecipato numerosissime persone e agli organizzatori va un mio personale plauso per la riuscita dell’evento e per l’eccellenza del pranzo.
In quella occasione mi è stata consegnata una pergamena per il mio contributo dato alla Resistenza, mentre altra analoga pergamena è stata consegnata, alla memoria, alla nipote di Ottavio Lazzari che purtroppo ci aveva lasciati a tre giorni dai festeggiamenti. Al momento dell’invito, Ottavio, sia pure in precaria salute, aveva dato la sua calorosa adesione e ciò mi aveva reso felice.
D’altronde, in analoga occasione, nel 1996, allorché venne organizzato un pranzo fra tutti i filesi nati nel 1926,  avevo incontrato tante persone che non rivedevo da quaranta anni e al mio fianco sedeva proprio lui, Lazzari Ottavio, conosciuto da tutti in paese col nomignolo di Céncio.
 Fu quello un incontro bellissimo e tante furono le cose che ci raccontammo.
 Ottavio ed io abbiamo avuto infatti un percorso di vita molto simile e quando gli dissi che avevo scritto un libro autobiografico si mostrò alquanto interessato affermando che gli sarebbe piaciuto scrivere la nostra antologia a quattro mani, lui ed io. Quando ci lasciammo, ci promettemmo di rivederci quanto prima in altro contesto per mettere a punto il progetto: purtroppo un incontro rimasto sempre e soltanto nelle buone intenzioni.
 Se mi permetto ora di dare voce a qualche ricordo comune di stenti e di vita grama è perché anche Céncio non fece mai mistero della sua umile provenienza.
 Eravamo tanto amici perché avevamo la stessa età, e anche perché i nostri rispettivi padri erano amici a loro volta: il suo  era conosciuto in paese come Pinàz de’ Canzularòñ. Entrambi abitavamo nella borgata di Case Selvatiche, insieme avevamo fatto il breve percorso scolastico, infine la sua famiglia era numerosa quanto la mia sicché ci accumunava la miseria, quella che si accaniva verso le famiglie con tante bocche da sfamare.
 Racconterò un episodio che oggi sembra avere il sapore di una favola, eppure ai tempi della nostra fanciullezza non destava certo meraviglia o stupore. 
Qualunque lavoro nei campi a quel tempo veniva svolto dalla mano dell’uomo, e uno di questi era la semina delle barbabietole, opera in cui l’apporto dei bambini era ritenuto indispensabile. Noi piccoli con una mano portavamo il secchiello coi semi, e con l’altra, a schiena curva,  lasciavamo cadere il seme all’interno di piccole buche scavate nel terreno dalla zappa dell’adulto che ci precedeva. 
Penso che avessimo poco meno di dieci anni quando, un giorno, Céncio mi propose di andare con lui, alla semina delle barbabietole presso gli Stufadĕñ, ovvero nella vicina campagna della famiglia Savioli. Lì egli era già stato l’anno precedente e mi assicurò che, non solo si mangiava bene, ma a fine lavoro essi erano soliti ricompensare con qualche soldo anche i più piccoli aiutanti.
Così andammo entrambi e il lavoro durò quasi una settimana. L’ultimo giorno si festeggiò con una tradizionale bandĕga (banchetto); a tavola, oltre all’abbondanza di tutto, ricordo che, cosa rara a quei tempi, ci fu data persino la ciambella… Alla fine del pranzo a noi furono allungati un po’ di soldi, non ricordo quanti.
Durante il cammino verso casa Céncio, a pancia finalmente piena, mi confessò d’essersi abbuffato a sazietà poiché non sapeva quando ci sarebbe stata una seconda volta.
Se avessimo scritto un libro insieme sono certo che avrebbe voluto raccontare la gioia e la soddisfazione di quel giorno, un episodio che, in ogni nostro incontro, solitamente narrava con dovizia di particolari, quasi si fosse trattato di un fatto epico ed eroico.
 Quando fu più grandicello, Céncio si trasferì con la famiglia alla borgata del Molino di Filo e i nostri incontri divennero meno frequenti. Spesso ci vedevamo nelle valli dove entrambi pescavamo le anguille di frodo. Facevamo lo stesso lavoro in squadre diverse e quasi sicuramente eravamo i bracconieri più giovani della valle. Quell’attività ci fece diventare uomini molto presto soprattutto perché, sia pure ancora ragazzi, eravamo costretti a prendere spesso decisioni forti, come quella vita necessariamente richiedeva.
Abbiamo poi avuto la fortuna, entrambi, di superare, in quell’ambiente, ogni insidia e pericolo nella comune guerra di Resistenza particolarmente combattuta ed attiva nel nostro territorio. Nonostante i rischi e le tante traversie, ne siamo rimasti vivi.
Nell’immediato dopoguerra continuammo ancora per un po’ nel bracconaggio poi, per motivi di lavoro, io, a fine anni Cinquanta, lasciai il mio paese.
 Non abbiamo potuto scrivere insieme la nostra storia e di ciò mi dispiaccio molto. Nei nostri rari incontri a Filo, si finiva sempre nel reciproco  «Ti ricordi…», ed era ogni volta un infinito piacere riabbracciarci e  rivederci.
Di recente ho avuto modo di consultare un Archivio storico contenente importanti documenti della lotta partigiana, epoca che ci ha visto protagonisti nelle nostre valli. Sfogliando con grande curiosità ed emozione una carpetta appartenuta al Comandante Meluschi (Il Dottore)[1] ho potuto leggervi, con mio grande piacere, il nome di Lazzari Ottavio, il nostro amato Céncio, a quell’epoca, come me, poco più di un ragazzo, ed era menzionato in prima fila, fra coloro che diedero il loro vitale e prezioso contributo alla Resistenza, alla lotta per la libertà di tutti.
                                                                                                   Giovanni Pulini, Luglio  2015


[1] Antonio Meluschi, detto Il Dottore, comandante della Brigata Garibaldi «Mario Babini» operante nell’argentano e nel comacchiese.

lunedì 10 agosto 2015

Un allegro Ferragosto



Memorie dal  «Quaderno» (4)
di Giovanni Pulini





 Mi piace conservare certi dettagli del mio passato; non ho la pretesa di pensare che siano ricordi speciali della mia generazione, ma provo il compiacimento di poterli raccontare a tanti anni di distanza.
 Nel palazzo dove vivo ho un piccolo locale al piano terreno, che io chiamo L’Atelier, dove c’è un po’ di tutto, ci passo le giornate a stendere colori su tele, ascolto musica, scrivo qualche ricordo e alle pareti ci sono mensole sulle quali tanti oggetti mi ricordano il passato. Un giorno, che non avevo voglia di creare, cominciai a rovistare nei cassetti, non alla ricerca di qualcosa in particolare, ma frugavo in mezzo alle mie cose con curiosità. Trovai una busta che conteneva un foglio: era il conto di un pranzo che si era tenuto con amici, a metà degli anni Ottanta.
Quell’anno avevo scelto di villeggiare in una palazzina, a Punta Marina Terme, di proprietà della signora Wanda Cervellati. L’edificio disponeva di una decina di appartamenti arredati, tutti adibiti a casa per le vacanze.
 Dopo qualche giorno dal mio arrivo giunsero cinque famiglie provenienti da città lombarde;  guardando i loro bagagli pensavo fra me e me di aver sbagliato luogo di villeggiatura in quanto i nuovi arrivati mi apparivano di ceto molto lontano dal mio: se così fosse stato, probabilmente avrei passato una villeggiatura non troppo felice, ma mi riservai qualche giorno prima di trarre conclusioni, forse sbagliate.
 La palazzina aveva uno spiazzo, che potrei definire un parco, dove grandi pini ombreggiavano tutta l’area. Al limite dello spiazzo la proprietaria si era fatta costruire un capanno ove si ritirava durante l’estate per lasciare spazio agli ospiti. Mentre facevo le mie silenziose valutazioni, scesero nel parco alcune persone dei nuovi arrivati e subito la Cervellati uscì dalla casetta dicendo, in una lingua che assomigliava più al romagnolo che all’italiano, che il barbecue, il parco e i tavoli erano a disposizione di chi lo avesse desiderato. L’arredamento degli spazi comuni non era di grande qualità o raffinatezza, ma la padrona di casa era una donna di grande generosità, quella ben nota delle azdore romagnole. Il nuovo gruppo di villeggianti, che nel frattempo si era infoltito, rimase colpito favorevolmente dalla spontaneità e disponibilità di Wanda.
Ai primi approcci capii che avevo sbagliato le mie valutazioni: erano persone che avevano bisogno di vivere una vacanza molto semplice. Già la prima sera mangiarono sotto i pini con grande allegria, poi mi chiamarono per unirmi a loro per un caffè al bar vicino. Capii che erano dei piccoli imprenditori e che avevano scelto Punta Marina, e il suo contesto, per trascorrere una vacanza in piena libertà.
 La settimana successiva arrivarono da Modena anche Maurizio, la moglie Carla e la loro bimba di una decina d’anni, Angela. Maurizio era un ragazzone biondo, aveva un viso solare, corporatura robusta e carattere incline ai piaceri della tavola. Si occupava di programmazione di computer, a quei tempi mestiere molto apprezzato, ed aveva frequentato una scuola negli Stati Uniti.
 Dopo qualche giorno l’atmosfera era molto confidenziale fra tutti, compresa la Cervellati. Il barbecue era sempre in funzione, si giocava a carte fino a notte fonda e Maurizio, steso nell’amaca, suonava brani caraibici con la sua chitarra che evocava lontani mari e paesi.
 Punta Marina Terme era poco più di un villaggio di pescatori, le ordinatissime case ad un piano erano immerse in una pineta spettacolare dove, al mattino presto, predominava l’odore della resina. Non c’era un locale per ballare e nemmeno un cinema. La musica insolita di Maurizio si avvertiva in lontananza e molte persone, che la sera passeggiavano, ne venivano attratte tanto da formare capannelli di curiosi davanti al nostro parco; tutto il paese ne parlava. Eravamo di colpo diventati famosi. La sera andavamo in gruppo al bar per il caffè ed il barista ci liberava il banco; tutti ci salutavano, nessuno conosceva i nostri nomi, eravamo semplicemente “i clienti della Cervellati”.
In questa atmosfera goliardica, decidemmo, tutti d’accordo, di organizzare un pranzo comune per il giorno di Ferragosto. La Wanda si mise a disposizione e si stabilì il menu che ovviamente includeva cappelletti fatti sul posto assieme alle donne della comunità. Ordinammo al ristorante vitello arrosto e patate fritte per trenta persone, tanti erano i commensali, mentre il fruttivendolo ci avrebbe preparato e portato a domicilio, data l’occasione speciale, monoporzioni di frutta, vino ed acqua.
Il 15 agosto legammo delle fettucce colorate ai rami degli alberi e bandierine multicolori all’inferriata prospicente la strada, poi apparecchiammo i tavoli all’ombra dei pini: avevamo creato un arredo che nel paese non si era mai visto! La festa finì verso sera e ricevemmo tanti complimenti da tutti. Della festa se ne parlò per un pezzo, nel paese. L’anno successivo tornai e tanti mi chiesero se l’avessimo rifatta. La Cervellati mi disse però che le persone dell’anno precedente, per impegni di lavoro, non sarebbero tornate. Non le vidi più per molto tempo.
 Un paio di anni fa, per le strade di Punta Marina Terme fui incuriosito da una signora che sosteneva col braccio un uomo al suo fianco; entrambi mi ricordavano qualcosa. Era Carla e l’uomo era Maurizio che però non aveva più le sembianze di un tempo. Mi riconobbero subito e ci abbracciammo con grande commozione. La moglie mi spiegò brevemente che l’uomo era ridotto in quello stato a causa di un ictus che lo aveva colpito due anni prima. Erano tornati a villeggiare a Punta Marina e passavano intere giornate nel solarium dell’albergo. Quel giorno Carla  aveva accompagnato  il marito dal barbiere.
Furono attimi di piacevoli amarcord, per loro e per me che, per quasi trenta anni, sono sempre ritornato a villeggiare in quella località, portando nel cuore il ricordo di quella allegra, bellissima ed irripetibile estate.

                                                                                                   Giovanni Pulini, Luglio  2015

sabato 1 agosto 2015

Tinèla e la partita delle banane



Un fàt e’ véra, in dialèt, cuntê da Orazio d’Pezzi
Note, traduzione e trascrizione (nella fonetica autoctona filese) di Agide Vandini


Coma tǒt quĕnt i sa, mĕ a a j ò žughê ae’ palòñ. Um piašéva un bël pô e, par dìla s-cèta am la cavéva nènc bèñ. Ènzi paréc’ i 'géva ch’a sìra bòn d žughê, ch'a j avéva dla clàs insoma, e par un pô a j ò cardù nẽca mĕ, ma pu am sö duvù arcrédar, com ch’a j ò ža cuntê a prupóšit ad Giacomino Bulgarelli[1].
An sö quènti partìd ch’épa žughê, bëli, brǒti, cun e’ sól, la piùva, e’ vént e nẽca la név; arcurdêli tǒti l’è impusébil, mǒ òna la m’è armasta int la mimoria coma ch’e’ fǒs aìr.
La partìda dal banàñ.
E’ manchéva tre partìd a la fĕñ de’ campiunêd, nǒñ a simi a mëza clasĕfica e a duvìmi andê a Vultêna ch’l'éra in tësta insèñ ae’ Sant’Albért.
Com ae’ sòlit as truvésum vérs a un’óra e mëž int e’ bar da Cianì. A m’arcùrd ch’a fašésum fadiga a fê i òng’. Talòia al duvésum andê a tù a ca’ e e’ fašè nẽca dal stôri. In quelca manìra a ‘rivésum a fê i òng’ e andésum a Vultêna.
E’ Vultêna, ció, l'avéva un squadròñ. E’ žughéva Gambi e’ purtìr, Lusa e Vavassori ch’i éra de’ Baràca Lùg in prëst, e pu Billy e Ghelfo (e’ marè dla Sandra, mi cumpagna d scôla al Médi) e e’ Rös.
Nǒñ as presentésum cun: Talòia, Trava, Uscarì, Pëcia, Pirìni, Crati, Ricco d Carlì, Tapper, Giöla, me, e Luigì d Bigiöla. S’a i guardì bèñ, una furmaziòñ che t'a ngn avrĕs dê un frènc[2].
L'éra un dè cun e’ sól e al nùval, e’ chèmp l'éra vérd e tušè d frès-c, i tifùš de’ Vultêna i éra in pì atèc a la ré tǒt intóran e  i m’pareva tĕnt;  i nòstar i éra pùc e mĕ am n'arcùrd sól òñ: Tino, che par nǒñ l’è pu Tinèla, ch’e’ dašéva la vóš a tǒt e e’ svarsléva che l'éra sicùr ch’arésum vìnt.
Int un àngul avšèñ a l'intrêda u i éra una dunina cun e’ carèt ch’la vindéva de’ ziž, di luĕñ, dal brustlìñ, dla miclézia dura e d’quèla mùrbia tǒta rutulêda, caramël, cócul, nušôl, bìbit e ‘tac a un trispulòt l'avéva un röz ad banàñ.
I tifùš de’ Vultêna is gudéva a tù in žìr Tinèla: «A vut scumétar, Tino, che incù a ciapì quàtar pàl?».
E’ fǒ acsè che Tinèla e’ ‘gè: «Par ogni gol ch’av fašèñ am mègn ‘na banana, e vuiétar a la paghì. E se a vinzèñ am pùrt a cà e’ röz dal banàñ, a sègna d’acôrd?».
I s mité tǒt a rìdar:« Um sa, Tino, che incù t staré alžìr, parchè a pirdarì, mènum, trì a žéro.
«Alóra a scumitèñ…» e’ dĕs Tinèla. E la scumĕsa l'andè.
Talòia u n’aveva putù šgagnê i su sǒlit dù-trì sachét ad brustlìñ e l'éra un pò istizì, donca e’ sreb stê difĕzil a fêi gôl. E’ ‘taca la partìda.
Döp a zènc minùt Lusa e’ tira ‘na puniziòñ da e’ lèmit: la pala la va a l’incroš mǒ Talòia u la šmanaza in corner.  Ròbi da n’crédi. E’ bel e’ fò che döp a quelc minùt a i lasésum tǒt a böca ‘vérta.
Crati um pasa e’ palòñ du trì métar addlà da la mitè chèmp, me cun la coda dl'òc’ a vìd Giöla che da sinĕstra e’ taja vérs ae’ zéntar, alora a fègh un bël taj rasoterra ad 30-40 métar e al mĕt in pôrta: tìr e gôl.
Tinèla e’ zighè: «Ac fàti röb! Ac fati röb! Um töca pu d magnêm la prĕma banana...»
L'éra un dè ch’a sìra sgnê bèñ, cum è difàti, döp un pô, sóra un palòñ lǒng ad Pirìni int e’ mëz a l'area di vultanìš a m'infil e cun un tòc ad clàs a fèg e livlǒz ae’ Rös, lǒ senza pinsêi sóra l'élza un bràz: «Rigore!» E’ diš l'arbitro, senza gnènc una prutèsta tènt ch’l'è nèt. Ad sòlit i rigùr u i tiréva Pëcia, o Nóce[3], mǒ ì avéva šmĕs parchè i n’avéva šbaglié dù o trì (Pëcia adiritura dù int 'na partìda sól). L'ùltum u l'avéva tiràt Giöla e u l'avéva šbagliê.
A capè sǒbit ch’um tuchéva a mĕ. A mitĕ e’ palòñ sǒ int e’ žëž e am parparè. Ghelfo l’andè da Gambi par dij indó ch’a l'arĕb tiràt. L'arbitro e’ fis-cè; quàtar pës e tìr int l'àngul a la sinĕstra de’ purtìr. Dù a žéro.
Tinèla us magnè un'êtra banana.
Mǒ, com ch’a v'ò det, ló i éra un squadròñ, difàti ‘prufitend d'un pastrǒc’ fra mĕ e Tapper, Vavassori u s’infilè int la nöstra diféša e da póc déntr a l'aréa e’ lasè partì un silùr dirèt a l'incróš. Talòia u i arivè mǒ la pala la šbatè int e’ pël e l'andè in pôrta. E’ prem temp e’ finè donca dù a òñ.
Döp avé dbù e’ tè chêld, prema d’arcminzê andésum pët a la ré indó ch’u i éra Tinèla tõt razê ch’l’andeva sǒ e žò: « Fati röb, fati röb, mǒ me al ‘géva: incù l’è la vôlta bóna ch’a vinzèñ a Vultêna…».
Intènt e’ temp e’ stašéva cambiend, u s'éra ‘rnuvlê e alzè nènc e’ vent, mǒ nǒñ an s n’in sìmi gnènc adé tènt ch’a simi ingasé. E’ ‘taca e’ šgond temp e e’ Vultêna l'ataca a tot andê;  nòñ a n sèñ piò bǒñ d pasê la mitè chemp, nènc parchè a sèñ contra vent.
 Par furtona che Talòia u li ciapéva tóti. Döp a zirca vint minùt, parò, sǒ int un corner, Billy ae’ vól cun ‘na mëza arvarsêda, e’ fa un gôl da campiòñ; Talòia u n s'mov gnènc. Dù a dù.
I tifùš de’ Vultêna i ziga: «Fašìan mò êtar dù ch'i è cǒt!».
Tinèla e’ burböta sèmpar  sǒ e žò e i Vultaniš il tô in žìr: «Ét vĕst Tino, t’é finì d magnê dal banàñ…».
Invézi, i n’avéva fat i cùnt cun mĕ: la pala la žira da Tapper a Giöla ch’um véd lébar a sinĕstra, mĕ a ‘rìv int la pala in velozitê, a schért du difensùr e quènd che e’ purtìr um vĕn d’incóntar, a la pës a Luigì ch’l'è queši impët ae’ rigór. E’ tìr d Luigì l'è acsè lent ch’e’ fa fadiga a ‘rivê in pôrta: e’ toca e’ pël e pu la pala la s’aférma sǒ int la riga. Par furtona che e’ prem a ‘rivê l'è Ricco ch’u la toca e u la fa ruzlê déntar. Trì a Du.
Tinèla e’ cǒr sòbit a magnês un'êtra banana.
E’ Vultêna e’ va in bàmbula e nǒñ a zarchèñ d'aprufitèñ, la pala la pasa da Giöla a mĕ ch’a vëg int e’ fònd e da sinĕstra a la pës rasoterra a Ricco. Lǒ, ch’l’è a mènc ad zìnc métar da la pôrta, e’ tira, mǒ la pala la  s’aférma a dìš zantĕmatar da la riga. L'ariva un difensór che spaza vìa. Un quèl mai vest. «L’è stê e’ vent ch’l'à farmê e’ tir…» e’ dirà Ricco. A mĕ döp a tènt temp um pê incóra impusèbil che che palòñ un seia briša andê in pôrta.
E’ parècul apena pasè, parò, l'ardistè e’ Vultêna che a sët-öt minùt da la fĕñ e’ paržè cun un tiràz in mes-cia; a n  m’arcùrd gnènc chi ch’fašè gôl.
A partida finida a simi tǒt cuntìnt, un po’ mènc forsi qui d Vultêna.
E’ piǒ cuntent ad sicùr l'éra Tinèla, ch’u s'éra magnê trè banàñ e divartì la faza.
A tót qui ch’i m cgnǒs a voj dìi che l'è una stôria véra in tǒt i particulér, nẽca se, döp a tĕnt èñ, la pê ‘na fôla.                  

Tinèla in maglia rossoblù, caplìna e occhiali scuri, a Filo, davanti al Bar che fu di Cianì, in una foto assai recente
 scattata da Egidio Checcoli (2012)

Come tutti sanno, io ho giocato a pallone. Mi piaceva moltissimo, e per dirla tutta, me la cavavo assai bene. Anzi, in parecchi dicevano che ero proprio bravo, che avevo classe insomma, e per un po’ ci ho creduto anch’io, ma poi ho dovuto ricredermi, come già ho raccontato a proposito di Giacomino Bulgarelli.
Non so quante partite abbia giocato, belle, brutte, col sole e con la pioggia, col vento e con la neve; ricordarle tutte è impossibile, ma una m’è rimasta nella memoria quasi fosse disputata ieri.
La partita delle banane.
Mancavano tre partite a fine campionato, noi eravamo a metà classifica e dovevamo andare a Voltana, in testa alla pari col Sant’Alberto.
Come al solito ci trovammo verso l’una e mezza del pomeriggio nel bar di Cianì. Ricordo che facemmo fatica a trovarci in undici. Talòia dovemmo andare a prenderlo da casa e fece anche un po’ di storie. In qualche modo andammo.
Il Voltana aveva uno squadrone. Giocava Gambi in porta e poi Lusa e Vavassori che erano in prestito dal Baracca oltre a Billy e Ghelfo (marito di una mia compagna di scuola alle Medie) e il Rosso.
Noi ci presentammo con: Talòia, Trava, Uscarì, Pëcia, Pirìni, Crati, Ricco d Carlì, Appio, Giöla, me, e Luigì d Bigiöla. A guardarci bene una formazione cui nessuno avrebbe dato una lira.
Era una giornata di sole e nuvole, il campo era ben rasato, i tifosi del Voltana molto numerosi coprivano quasi l’intera recinzione; i nostri erano pochi e me ne ricordo appena uno: Tinèla, che borbottava e gridava al mondo intero che era strasicuro che avremmo vinto.
In un angolo vicino all’entrata stava una donnina col carretto che vendeva ceci, lupini, brustoline, liquirizia dura e morbida, caramelle, noci, nocciole, bibite e, attaccate ad un trespolo aveva un caspo di banane.
I tifosi voltanesi punzecchiavano Tinèla: «Vuoi scommettere che oggi prendete quattro gnocchi?»
Fu così che lui stabilì: «Ogni gol che facciamo mi mangio una banana e voi la pagate. E se vinciamo noi, mi porto a casa tutto il caspo, siamo d’accordo?»
Ci fu una risata generale: « Mi sa, Tino, che oggi starai leggero, perché perderete almeno tre a zero».
«Allora scommettiamo…» Disse Tinèla, e scommessa fu.
Talòia era teso: non aveva avuto il tempo di smangiucchiare le solite bustine di semi di zucca. Sarebbe stato difficile fargli gol. Comincia la partita.
Dopo cinque minuti Lusa tira una punizione dal limite : la palla è diretta all’incrocio, ma Talòia la devia in corner con una parata incredibile. Qualche minuto dopo, poi, lasciammo tutti a bocca aperta.
Crati mi passa un pallone un paio di metri oltre la metà campo, con la coda dell’occhio vedo Giöla che taglia da sinistra al centro, gli servo un taglio rasoterra da 30-40 metri che lo mette in porta: tiro e gol.
Tinèla gridò: «Che meraviglia! Che robe! Mi tocca poi di mangiare la prima banana…»
Era un giorno in cui mi sentivo in forma, e infatti, dopo un po’, su di una palla lunga di Pirìni, m’infilo nell’area voltanese, salto il Rosso con  una palombella e questi, d’istinto, alza il braccio: «Rigore!» indica l’arbitro, senza proteste tanto appare netto. Di solito i rigori li tirava Pëcia, oppure Nóce, ma avevano smesso dopo averne sbagliati due o tre (Pëcia ne sbagliò due in una partita sola). L’ultimo l’aveva tirato Giöla e l’aveva sbagliato.
Capìi subito che toccava a me. Misi il pallone sul dischetto e mi preparai. Ghelfo andò da Gambi a dirgli dove l’avrei tirato. L’arbitro fischiò, quattro passi e tiro nell’angolo a sinistra del portiere. Due a zero.
Tinèla si mangiò un’altra banana.
Ma, come ho detto prima, loro avevano uno squadrone, infatti approfittando di un pasticcio fra me e Tapper, Vavassori infilò la nostra difesa e giunto in area tirò un siluro all’incrocio. Talòia ci arrivò, ma la palla sbatté sul palo e andò in porta. Il primo tempo finì dunque due a uno.
Bevuto il tè caldo ci avvicinammo alla rete nel punto dove stava Tinèla che, su di giri, andava su e giù per il prato: «Che robe, che robe. Ma io lo dicevo: oggi è la volta buona che vinciamo a Voltana…»
Intanto il tempo stava cambiando, il cielo era coperto e s’era alzato anche il vento, ma noi non ce n’eravamo accorti tanto eravamo gasati. Si ricomincia e il Voltana attacca a tutto spiano; noi, controvento, non passiamo più la metà campo.
Per fortuna Talòia le prendeva tutte. Dopo una ventina di minuti, però, su un corner Billy, in semirovesciata al volo fa un gol stupendo; Talòia non si muove neppure. Due a due.
I tifosi del Voltana esultano: « Fategliene altri due che son cotti!»
Tinèla borbotta su e giù e i voltanesi lo prendono in giro:  «Hai visto? Hai finito di mangiar banane!»
Ma non avevano fatto i conti con me: la palla passa da Tapper a Giöla che mi vede libero sulla sinistra, io arrivo sulla palla in velocità, dribblo due difensori e quando esce il portiere servo Luigì all’altezza del rigore. Il suo tiro è debolissimo, fa fatica a giungere in porta: tocca il palo e la palla si arresta sulla riga. Per nostra fortuna il primo ad arrivare è Ricco che la fa ruzzolare in porta. Tre a due.
Tinèla corre subito a mangiarsi un’altra banana.
Il Voltana va in bambola e noi cerchiamo di approfittarne, la palla passa da Giöla a me che mi spingo sul fondo e da sinistra l’appoggio rasoterra a Ricco. Lui, che è a meno di cinque metri dalla porta, tira, ma la palla si ferma a dieci centimetri dalla riga. Giunge un difensore che spazza via. Una cosa mai vista. «E’ stato il vento a fermare il tiro…» dirà Ricco. A me, dopo tanti anni, pare ancora impossibile che quel pallone non sia andato in rete.
Il pericolo corso tuttavia svegliò il Voltana che a sette-otto minuti dalla fine pareggiò con un tiraccio in mischia; non ricordo neppure chi fece gol.
Terminata la partita eravamo tutti contenti, forse un po’ meno quelli di Voltana.
Il più contento di sicuro era Tinèla che s’era mangiato ben tre banane e divertito come non mai.
Ai miei conoscenti voglio dire che questa storia è vera in tutti i particolari, anche se, dopo tanti anni, sembra una favola.



Orazio Pezzi (2014),
dimenticate le prodezze calcistiche del tempo che fu
si cimenta nel canto fra Agide e Lara.



[1]  Si veda in questo stesso blog la testimonianza di Orazio Pezzi «Un Signor Fuoriclasse» dedicata al grande campione in:  http://filese.blogspot.it/2009/02/ciao-bulgaro.html
[2] Talòia: Giorgio Minguzzi; Trava: Silvano Brusi; Uscarì: Oscar Pezzi; Pëcia: Giuliano Leoni; Pirìni: Ido Montanari; Crati: Mario Sacrato; Ricco d Carlì: Enrico Romani; Tapper: Appio Venieri; Giöla: Luciano Ferrucci.
[3] Nóce: Cavallini Maurizio.